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  • Isabella Lai, Operatrice in comunità - Psicologa e psicoterapeuta

La Valutazione delle capacità genitoriali (Responsabilità genitoriale)

Capacità genitoriali: Quando un minore viene inserito presso una casa famiglia, previo decreto di collocamento da parte del Tribunale Per i Minorenni, fra le prescrizioni date dal Giudice o dal Collegio vi sono: “valutare le capacità genitoriali delle parti, nonché la presenza di un contesto socio ambientale e familiare idoneo ad una sana crescita psicofisico del minore”. Sano contesto di crescita, adeguato non solo alla sua fascia d’età, ma soprattutto alle sue esigenze e bisogni, adattando l’ambiente circostante e relazionale a questo obiettivo.

Il concetto di genitorialità è molto cambiato negli ultimi anni, in particolar modo a seguito della legge sulla bigenitorialità e sulla valutazione delle competenze genitoriali, in ambito di affidamento minorile, (Legge n. 54/2006). Quando si parla di capacità genitoriali, non si intende solo la capacità generativa e biologica del genitore, ma soprattutto quell’insieme di capacità e attitudini che consentono di offrire cure adeguate ai bisogni di un bambino (Campioli, AIPG 2022); in particolar modo parliamo dei bisogni emotivi, affettivi, intellettivi e socio-relazionali.


Sentirsi genitore diviene una funzione complessa: non finisce solo col donare un gioco al bambino, portarlo a scuola o dal medico, per una visita specialistica. Essere genitori implica la capacità di saper sostenere e regolare gli stati emotivi e psichici del bambino, come anche facilitare la costruzione di limiti educativi, necessari ad una sana e funzionale crescita sociale. Saper comprendere e codificare i bisogni del bambino, quale protezione, affetto, cura, crescita, diviene la base per la costruzione della sua interpersonalità e soggettività.

La figura di accudimento, chiamata il caregiver (Teoria dell’attaccamento di Bowly, 1969), attiva, nella relazione di aiuto, la propria soggettività, la propria esperienza di cura, ricevuta e interiorizzata, sia a livello affettivo, fisico e relazionale. Ciò che caratterizza una relazione genitoriale, dunque, è la relazione stessa, quest’ultima costruita sulle caratteristiche individuali delle persone coinvolte. Ogni genitore attiva il proprio vissuto affettivo, psicologico, intellettivo e relazionale, proiettando anche i propri momenti di crisi, di frustrazione, di disagio vissuto.


Il genitore interno: molti studiosi in ambito clinico e della psicologia dell’età evolutiva sottolineano che nella relazione di cura non si può prescindere dal concetto di interiorizzazione dell’esperienza del pareting o del genitore interno (Stern,1985), come anche dei modelli operativi interni (Bowlby, 1970). Attraverso le prime esperienze evolutive con la figura di accudimento il bambino interiorizza e costruisce degli schemi interni di rappresentazione soggettiva dell’altro, schemi influenzati dinamicamente dal contesto sociale e dall’ambiente di crescita. Tali schemi relazionali diventano il passaporto per la relazione con il mondo esterno (Fivaz,1999). Fivaz definiva l’intersoggettività di una famiglia come quella capacità di tutti i componenti del gruppo familiare di comunicare e di comprendere le interazioni, le motivazioni e i significati dell’altro. Questo processo dinamico permette il costituirsi di alleanze familiari collaborative che favoriscono per ogni familiare il raggiungimento dei propri obiettivi di crescita.


Contesti valutativi: quando si parla di valutare le capacità di essere un buon genitore, ciò che si va ad osservare principalmente sono due funzioni: la capacità di ciascun membro familiare di entrare nella relazione e quella di poter sviluppare, grazie ad un contesto sano e costruttivo, la propria identità personale. Le famiglie disfunzionali si caratterizzano proprio per la difficoltà dei membri, o di uno di loro, di differenziarsi in modo sano come individuo, coerentemente alla sua fase evolutiva, a causa della difficoltà di riconoscere, soddisfare e comprenderne i suoi bisogni reali e motivazioni. (Bowen,1978). Di contro, le famiglie funzionali sono caratterizzate da adeguati processi di individuazione di ogni elemento; sono famiglie in cui l’affetto, la cura e la protezione, permettono di creare una dinamica di coesione e di adattamento a cambiamento.


Le otto funzioni principali del genitore Oggi la funzione genitoriale è costruita a partire dalle teorie psicologiche dello sviluppo del bambino e si individuano le funzioni: protettiva, affettiva, regolativa, normativa, predittiva, significante e comunicativa. Un buon genitore è la base sicura protettiva del figlio, è capace di sintonizzarsi a livello affettivo con lui, regola e norma la sua autonomia, riconoscendola come obiettivo fondamentale di crescita (funzione predittiva) comunica in modo congruo e soprattutto sa riconoscere i significati delle richieste del bambino. Quando le funzioni genitoriali sono attive, gli schemi relazionali del genitore si sintonizzano con quelle del figlio; nella mente del figlio si attiva la rappresentazione di come il genitore si prenderà cura di lui. Questa rappresentazione che si costruisce nella relazione è il suo schema relazionale. Quando la funzione genitoriale è disfunzionale, i segnali di comunicazione del bambino non sono percepiti o sono codificati in modo non congruo, rispetto ai suoi reali bisogni. Ciò che accade è l’interruzione del filo di crescita del bambino, in cui i suoi obiettivi evolutivi vengono danneggiati, interrotti o ignorati. Quando ciò accade i punti di riferimento del bambino vengono a mancare, e quest’ultimo non sarà in grado di raggiungere i suoi obiettivi a lungo termine: crescere.


Riflessioni sul genitore e la casa famiglia

Come operatrice in struttura, lavorando in questo ambito da circa 20 anni, ho seguito in molte occasioni gli incontri protetti genitori-figli. Quando un genitore arriva in casa famiglia, a seguito dell’inserimento di un figlio su Decreto del Tribunale per i Minorenni, spesso non comprende bene la motivazione istituzionale e umana, di quella scelta. A volte sembra smarrito, accusatorio, vittima o carnefice. Sente di essere stato un giusto genitore e proietta ciò che non ha funzionato, della genitorialità, sul bambino stesso.

A volte i genitori descrivono i propri bambini come problematici, es. “non so se aveva qualcosa che non andava, non me ne sono accorto/a”. A volte loro stessi si descrivono come figli poco amati, non capiti, non ascoltati. Personalmente ho sempre ritenuto fondamentale trasmettere al genitore in primis il concetto di cura, aiutandolo a capire quanto sia importante essere sempre presente per il proprio figlio, sia a livello affettivo che come punto di riferimento.


Un bambino amato è un bambino accolto nel suo insieme, ascoltato nei suoi messaggi, visto nei suoi segnali.

Ma anche il genitore istituzionalizzato lo è.


Un adulto, come un bambino, impara meglio quando è aiutato e informato. Penso che un genitore possa recuperare la propria responsabilità genitoriale solo se lui stesso viene ascoltato, rassicurato, sostenuto. Se il genitore ha paura e si sente solo, perde la motivazione e rinuncia al cambiamento. Come un bambino, anche l’adulto che ha paura rimane fermo. Come un bambino può sentirsi sicuro, anche se ha commesso un errore, se inserito in un contesto familiare di affetto, così credo che un genitore che ha sbagliato, o meglio, che ha mancato nella sua funzione genitoriale, possa recuperare la sua genitorialità riparando al suo bambino danneggiato, interrotto, riprendendo così il suo processo di crescita e di vita.


Bibliografia:

Malagoli Togliatti, Il Lausanne Trilogue Play Clinico,Raffaello Cortina Editore, 2006

Filliozat, Le emozioni dei bambini, Pickwick, 1999

Stern, Nascita di una Madre, Oscar saggi, 1999

Bowly, Costruzione e Rottura dei legami affettivi, Cortina Editore, 1979

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