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  • Mordanini R., Tripoli S., Forestiero C. - Operatrici CAV

Una nessuna centomila - Parte II

Si ringrazia per l'immagine Liberty l'autrice Bruna Ettorre, tutti i diritti riservati


… Segue …


Come sta Agata?

Agata è esasperata, sente di non farcela più a perdonare quell’uomo che alterna ad una feroce violenza, la promessa di cambiare trasformandosi in un attimo da carnefice spietato a vittima da aiutare. E resta incastrata tra il bisogno di salvarsi e quello di salvare l’altro. È qui che spesso noi operatrici ci troviamo incastrate, proprio come (e con) la donna. Viviamo la frustrazione di oscillare insieme a lei tra la necessità di tutelarsi e l’incapacità di abbandonare il maltrattante.

Ma Agata non è sola, ha con sé tre figli che possono essere un gancio che trascina fuori o imprigiona dentro la relazione maltrattante per sempre. Con l’aiuto delle operatrici Agata sente che è giunto il momento di interrompere il rapporto. Finalmente si sgancia, riuscendo a trovare la forza per cacciare definitivamente l’uomo di casa e provare a rimettersi in piedi, nonostante l’assenza di un lavoro e con la paura che da sola non ce la possa fare, proprio come lui le ripete da 14 anni.


Una storia a lieto fine?

Ci piacerebbe finire qui il racconto, scrivere che Agata è fuori pericolo, che ce l’ha fatta e che il suo è stato un percorso in discesa. Purtroppo però ci scontriamo con un’altra triste, e diffusa, realtà: quando le donne lasciano il partner violento questi fa di tutto per riprendersi il proprio ruolo di potere. Non si tratta di dolore, non c’è il desiderio di riprendere la relazione “perché ci sono ancora dei sentimenti”, c’è solo un uomo che non si rassegna all’idea di aver perso il possesso dell’altro. Inizialmente l’uomo chiede scusa, promette di cambiare, si spende in dichiarazioni d’amore più o meno eclatanti e insolite, minaccia di non farcela senza di lei. Non ottenendo nulla iniziano le aggressioni verbali, le minacce, gli insulti e purtroppo anche le aggressioni fisiche. Agata viene pedinata, controllata, contattata da numeri più o meno conosciuti, da profili social improbabili. Sente la morsa stringersi sempre di più ed è terrorizzata. Il respiro è corto, il fiato manca, anche durante i colloqui con le operatrici, quando invece la donna dovrebbe potersi sentire al sicuro.


Essere operatrice in un CAV

Essere operatrice nei centri antiviolenza, è una sfida quotidiana, si è donne che lavorano con le donne, quindi madri, mogli o compagne, sorelle e amiche, prima ancora di essere delle professioniste formate in materia. La violenza “ha le chiavi di casa”, ogni due giorni in Italia, una donna viene uccisa dal proprio compagno; femminicidi, maltrattamenti e stalking, sono sempre più diffusi e impongono sia all’opinione pubblica sia ai professionisti d’interrogarsi circa le origini e le motivazioni, i fattori di mantenimento e le strategie di fronteggiamento da mettere in campo. Molte sono le donne che con le loro storie hanno fatto accesso al CAV, e tutte sono son state importanti allo stesso modo. L’emozione avversa a questo lavoro è la frustrazione, la stessa spesso accompagna il cammino in cui siamo facilitatrici di processi, di ascolto dove viene analizzato e mostrato l’altro punto di vista, in cui vengono dati dei nomi a dei gesti che sono stati “normalizzati” per anni. Spesso ci sentiamo dire: “se denuncio e poi lo faccio arrabbiare di più?” oppure “forse sono io la persona matta che travisa” e, ancora “non posso privare i bambini del padre” e infine “non saprei dove andare senza un lavoro, mi ha isolata da tutto e tutti

Ci sono innumerevoli procedure, metodologie, protocolli e leggi sulle quale come operatrici dei Centri Antiviolenza siamo formate e aggiornate costantemente, ma a queste domande, a questi “riflessi di sé”, avremo sempre un sussulto.

L’altra faccia della medaglia - dietro alla frustrazione- è la forza. Se da un lato non esiste la famosa palla di vetro e spesso possiamo solo sederci a fianco, tenere per mano lungo un cammino non semplice, dall’altra parte c’è l’inarrestabile forza che rinasce, giorno dopo giorno lentamente ma senza mai fermarsi.

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