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"Siccome che sono dottoressa..."

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Dott.ssa Camilla Annibaldi

Dott.ssa Camilla Annibaldi

27 apr 2026

27 apr 2026

Esisto se mi nomini

Le persone sopra i trent’anni ricorderanno gli sketch in cui Anna Marchesini interpretava la Signorina Carlo: ogni qualvolta ci si riferiva a lei appellandola come “signora”, correggeva dicendo “signorina”. La goffaggine, la pignoleria e l’eccessiva ossessività per la punteggiatura, unite a quella correzione S I G N O R I N A, provocavano grandi risate.

Senza saperlo, Anna Marchesini toccava un tema attualmente molto caldo all’interno della definizione di identità. Io esisto se mi nomini: questo è quello che disse una formatrice sulla violenza di genere in un contesto formativo sulla violenza verso le coppie lesbiche, Lepa Mlađenović, che si definiva (e definisce) femminista e lesbica. 

Ero stupita da questa necessità di puntualizzare il suo orientamento sessuale in un contesto formativo, credendomi, anzi, “avanti”, mi dicevo che per me con chi avesse rapporti sessuali o affettivi erano affari suoi e quindi quella precisazione era ai miei occhi di eterosessuale superflua, di facciata e inutile.

Figuratevi, ci fece anche scandire ad alta voce la parola L E S B I C A, varie volte… lì per lì mi sembrò così ridicolo…. Poi capii… quella formazione mi servì tanto, in primis, a fare un bagno di umiltà. Lì scoprii l’intersezionalità, la presenza del mio privilegio di donna bianca, istruita, eterosessuale che guardava la realtà con i propri occhi di donna bianca, istruita ed eterosessuale. 

Guardavo, giudicavo e nominavo attraverso il mio privilegio sociale e quindi solo perché io, in quanto facente parte della maggioranza che non ha bisogno di fare coming out o dover costantemente far rispettare la propria identità, credevo (inconsapevolmente) che questo dovesse esser vero anche per le altre donne con diverso orientamento. 

Il termine e il concetto di intersezionalità ci aiutano a concepire l’essere umano come non definibile da una sola categoria identitaria che, di conseguenza e per ragioni diverse, può essere oppressa o godere di privilegi.

In questa prospettiva, si evidenzia come le discriminazioni possano essere multiple e che possano non avere lo stesso effetto su tutte le persone perché, a seconda di come le categorie identitarie di appartenenza si combinano tra loro, le persone sono posizionate nella società in modo differente. 

Quella formazione piantò in me un seme, quello della necessità di voler essere nominata. Questo è ciò che attualmente incontriamo sia nella comunità LGBTQI+, sia anche nel movimento Black Lives Matter, il cui obiettivo è far luce sulla discriminazione che avviene, in prima battuta, semplificando o negando parole che assumono connotazioni identitarie.

L’ho presa larga, ma perdonatemi, opero in servizi che sono molto distanti da casa mia e quindi prendere il raccordo, la tangenziale, le vie dei campi per arrivare a destinazione è il mio mestiere, letteralmente! Ma, ecco, quel che voglio dire: sempre più spesso mi scontro con il termine “signora”.

“Senta, signora!”

Perché sì, in molti contesti lavorativi, ci si rivolge a me appellandomi come signora e non mi riferisco a un cordiale “Buongiorno signora”, mi riferisco ai “Senta, signora” come se quel “signora” dovesse “rimettermi al mio posto” o mi ponesse in una condizione in cui mi è richiesta concentrazione sull’interlocutore (come se non ci fosse di default…ma si sa noi donne siamo mobili, qual piume al vento e così la nostra attenzione). 

Spesso vorrei rispondere “Non signora, ma dottoressa”, ma dentro di me appare Anna Marchesini, appare la signorina Carlo e in sottofondo la mia voce: “A Camì…ma devi per forza puntualizzare…ma smolla no? Ti chiama signora e amen”. 

La mia riflessione e condivisione non sono solo uno sfogo, perché sovente i professionisti (spesso miei pari), se sono uomini che non hanno ancora fatto un percorso di consapevolezza, tendono a sminuirmi chiamandomi signora, non riconoscendomi un ruolo professionale (spesso inconsciamente), ma, soprattutto, non considerando nemmeno la mia reazione, i miei sentimenti e le mie emozioni.

Di solito, reagisco in due modi: il primo (più raro), è quando sono presa dal sacro fuoco del “No, ora mi rispetti” e quindi prendo coraggio e fermo l’interlocutore affermando: “Dottoressa, prego”. Sapete qual è la risposta il più delle volte? La canzonatura, quel "Sì, dottoressa" accompagnato da un sorriso beffardo. Davanti ai miei occhi si apre la scena di “Un sacco bello” di Carlo Verdone in cui i portantini, parlando tra loro, annunciano l’arrivo del “Dottorino”.

Allora mi sento arrabbiata, mi sento non vista, mi sento presa in giro, come se ciò che dico fosse superficiale a tratti puerile, goffo, comico… come la signorina Carlo. Una sfigata. Mi sento sola, ridicolizzata e invisibile.

Nel secondo caso, vado oltre, ignoro e divento corresponsabile della mia invisibilità… e, quindi, aggiungo alla macedonia sopracitata di sensazioni, anche il senso di colpa per non essermi rispettata e fatta rispettare.

Mettersi in discussione

Vorrei che gli uomini, professionisti o meno, che ancora non si sono messi in discussione e che non si sono mai accorti che chiamandomi “signora” tendono a svalutarmi, riuscissero ad aprire lo sguardo come feci io nella formazione con Lepa Mlađenović. 


Vorrei che si riflettesse sull’importanza delle parole e di come spesso vengano scelte con superficialità, vorrei che si rendessero conto che loro non vengono chiamati “signore” ma: dottore, maresciallo, ispettore, ingegnere… mentre io, in prima battuta, sono sempre “signora” e tutto ciò che è in più nel definirmi a livello identitario, viene ritenuto come una puntualizzazione goffa, comica e inutile.

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Dal 1999, facciamo la differenza promuovendo la solidarietà sociale con servizi di elevata qualità.

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