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"Quella volta che ho dovuto fare i conti con una sconfitta."

"Quella volta che ho dovuto fare i conti con una sconfitta."

Autore anonimo

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27 mar 2026

27 mar 2026

Da qualche anno, con molta soddisfazione, ho la fortuna di lavorare in una struttura di accoglienza per minori.

Le mie esperienze all’interno di queste mura sono molteplici: alcune preziosissime e uniche, altre meno piacevoli e più dolorose. Tutte, sicuramente, sono estremamente evocative e riescono a toccare, sia in me sia nei miei colleghi, tasti che non pensavamo di avere o che credevamo di aver rimosso. Di fatto, le vite dei piccoli ospiti che abitano queste strutture e di noi adulti che ce ne prendiamo cura sono molto più intrecciate di quanto pensiamo, o di quanto vogliamo ammettere.

Ad esempio, è il caso di T.

T. è una bambina di 10 anni, inserita con il fratellino da più di tre anni, arrivata da noi già adulta e con una storia di quelle che chiunque spera di non sentire mai. T. trascorre le sue giornate più o meno serenamente: frequenta la scuola (con grande soddisfazione delle maestre e di tutti gli operatori che la sostengono), ha praticato ginnastica, ha una risata coinvolgente e uno spiccato senso dell’umorismo. A volte le giornate diventano un po’ più turbolente e scure, soprattutto quando si convince di essere una bambina “sbagliata”, ma con l’affetto di tutti e una super-psicologa che la aiuta a superare i momenti più bui, riesce a ritrovare il sorriso.

La routine della struttura procede serrata tra documenti e incombenze burocratiche, finché un giorno arriva “quella mail”: è stata individuata una possibile coppia adottiva per T.! L’entusiasmo è vibrante anche tra i membri dell’equipe, ma sappiamo bene che non è saggio festeggiare prima del tempo.

La coppia sembra “giusta”: il perfetto equilibrio tra severità e dolcezza, tanti sorrisi ma anche tanta concretezza. Arriva il momento più bello, dirlo a T., la quale reagisce commuovendosi e mostrando un sorriso che non avrei mai creduto di poter vedere.

Inizia la conoscenza: i tre si studiano, a volte da vicino, a volte da lontano. Parlano tra di loro, poi con l’equipe, poi di nuovo tra di loro, finché comprendono che stanno percorrendo la strada insieme e con lo stesso passo. La paura è tanta, da entrambe le parti, ma l’equipe è lì per questo: rinforza la coppia, sostiene la bambina, propone nuovi punti di vista e non li lascia mai soli.

Il lavoro diventa sempre più faticoso, ma allo stesso tempo più bello; tutti aspettano con trepidazione il raggiungimento di nuove tappe durante la frequentazione: il momento del primo ingresso a casa, il primo pernotto e i primi racconti dalla nuova casa, corredati da foto e video che vengono inviati con grande entusiasmo e coinvolgimento. 

Le attenzioni che vengono messe in atto in questa fase sono molteplici, come i colloqui individuali con i coniugi o il “sondare” l’umore della bambina in momenti e con persone diverse, ma il pensiero è unico: ci siamo! Tuttavia, nonostante le premure e le cautele, non sempre si concretizza ciò che desideriamo o che crediamo di vedere. 

In un freddo pomeriggio di aprile, la coppia, spezzata dal dolore, mi riferisce di non sentirsi pronta a diventare “papà e mamma”. 

In queste situazioni, nella mia esperienza, vengono alla mente subito due pensieri: il primo è “cosa è successo di cui non ci siamo resi conto”. Il secondo, quello più doloroso, “come lo diciamo alla bambina”. 

La mente passa in rassegna tutti i confronti con la coppia, la prima conoscenza in Tribunale, i racconti delle domeniche nella nuova casa e i sorrisi al rientro, ma non trova nulla di sospetto. Anche con le colleghe non si trova una spiegazione: si guardano le foto di quei momenti colmi di gioia inviate sul telefono e si leggono nuovamente le relazioni al rientro, ma niente. 

Si arriva poi, inevitabilmente, al momento in cui bisogna parlare con T. Mai il corridoio per raggiungere la sua camera è stato così difficile da percorrere. 

Credo che l’istante che precede il momento del dialogo sia quello in cui i bambini (o la bambina, in questo caso) capiscono effettivamente cosa è successo, e aspettano pazientemente che tu finisca il tuo discorso, che spesso è più penoso per te che parli che per loro che ascoltano. 

Mentre già pensavo a cosa fare per darle un po’ di sollievo (una super merenda, un gioco solo per lei), T., con gli occhi gonfi di lacrime ma senza piangere, pronuncia la sua unica frase, quella che più mi ha segnato: “Che cosa ho fatto di sbagliato? Perché non mi hanno voluta?”. 

Ed è proprio lì che senti la sconfitta e lo scoraggiamento: non le hai evitato un nuovo dolore e lei crede che sia colpa sua. 

E alla fine lo vedi: capisci che non puoi proteggerli da tutto e da tutti e che, di fronte a un evento così delicato e unico allo stesso tempo, come la nascita di una nuova famiglia, alla fine tu sei solo una briciola che cerca di prevedere cosa accadrà, senza saperlo veramente. 

Un grande segreto, che in pochi sanno, è che i bambini sono molto più resilienti e “tosti” degli adulti: T., anche se da poco, ha ricominciato a sorridere e intanto c’è la sua famiglia “temporanea” che si prende cura di lei; l’estate è trascorsa serenamente tra un centro estivo e una gita in un parco divertimenti e proprio in questi giorni è ricominciata la scuola, con i primi capricci per i compiti. 

Noi continuiamo a lavorare per trovare una famiglia per T. ma, soprattutto, lavoriamo affinché si renda conto che anche lei merita qualcuno che la ami senza paura.

Soc. Coop. Soc. Girotondo Onlus

Dal 1999, facciamo la differenza promuovendo la solidarietà sociale con servizi di elevata qualità.

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