
Quella volta che ho avuto paura di non farcela. Durante i turni cercavo di farmi vedere forte e di rimanere professionale ma dentro di me mi sentivo sopraffatta. Questa sensazione iniziava già dal mattino, al pensiero di dover andare in struttura, poi si amplificava: quando percorrevo in macchina la strada verso il lavoro, sentivo come una calamita che mi riattirava verso casa e che si attenuava solo quando finalmente era ora di staccare. Una sensazione che non mi abbandonava mai del tutto. Era sempre lì: nelle giornate in famiglia, nei sogni notturni e nelle ore passate lontano dal lavoro.
Quella volta che M. è stata accolta a L'Aurora con i suoi due figli: una ragazza di neanche un metro e cinquanta, giovanissima e con una parlantina da farti venire il mal di testa. La prima volta che l’ho vista ho pensato che fosse davvero simpatica e ho condiviso con la collega: “Questa ci farà fare un sacco di risate!”. La sua vita era stata piena di ogni tipo di esperienze, per lo più traumatiche e derivanti da una condizione socioeconomica svantaggiata e un contesto familiare disfunzionale. Da subito ci siamo rese conto che tutto quello che aveva dentro sarebbe esploso prima o poi, ma pensavamo niente di diverso rispetto a cose già viste. Invece nulla sarebbe stato lo stesso.
Quella volta che ho dovuto chiamare i carabinieri perché M. si era scagliata contro un'altra giovane ragazza accusandola di averle rubato dei soldi. Mi sono dovuta frapporre fisicamente tra le due per evitare che M. alzasse le mani sull’altra che stringeva fra le braccia il figlio di pochi mesi. Anche lì ho cercato di essere più calma, razionale e professionale possibile, ma dentro stavo implodendo. Vedevo la mia collega impassibile, con sangue freddo e nervi saldi, ma sono sicura che dentro stesse male anche lei. Quella sera sono tornata a casa e mi sono trovata un’escoriazione sulla gamba: a oggi, ancora non ho idea di come me la sia procurata. Forse quando M. ha trascinato il divano spostandolo dall'altra parte della stanza, mi ha colpita inavvertitamente… non so se sia andata realmente così. Da quella sera nessuna collega ha più fatto la notte da sola; abbiamo modificato la turnazione affinché si garantisse sempre la presenza di due operatrici, garantendo qualche giorno di riposo in più per allontanarsi emotivamente dalla situazione. Tutte le nostre routine e la nostra organizzazione sono state rivoluzionate in funzione di una singola utente che sembrava tenesse in pugno tutta la struttura. Le sue crisi, i suoi “sbrocchi”, le sue infinite minacce, personali e nei confronti della struttura e della cooperativa, erano il nostro pane quotidiano, quello che ti aspettavi quando arrivavi in turno.
Quella volta che ho notato negli occhi di alcune delle donne sguardi di comprensione nei nostri confronti. Alcune riuscivano a capire la situazione estremamente difficile che stavamo passando, si sono mostrate più comprensive del solito e di sostegno nei momenti peggiori. Altre invece hanno iniziato a pensare: “Se lo fa lei, posso farlo anch'io”.

Quella volta che una bambina mi ha chiesto: “Ma perché M. urla sempre?” e ho sentito tutto il peso del senso di colpa. Appena M. iniziava a scaldarsi consigliavamo alle altre donne di allontanarsi e portare via i bambini ma, purtroppo, non sempre si riusciva a evitare che sentissero o vedessero qualcosa. E il continuo rimando a lei di smetterla proprio per la presenza di minori era a dir poco inutile.
Quella volta che mi ha detto: “Tu adesso apri questa c***o di porta e mi fai leggere cosa hai scritto sul diario perché sei hai scritto delle ca**ate, io ti faccio licenziare!”. Non ho assecondato la sua richiesta e l'ho fatta allontanare dall'ufficio ma quelle parole, riferite direttamente a ME, non alla struttura, non al sistema, mi hanno davvero turbata. Perché se ci tieni a questo lavoro, inevitabilmente ti metti in discussione, sempre. “Ho sbagliato qualcosa con lei? Ho fatto tutto corretto? Se riporta a servizi e avvocato il mio comportamento, posso essere tranquilla di aver fatto tutto giusto? Sei davvero davvero sicura che hai fatto tutto bene? Anche quando avevi paura? Anche quando ti batteva il cuore a mille?”. Chi ti salva da questi loop mentali sono le tue colleghe, che ti sostengono e confermano il tuo operato. L’unione che ci ha caratterizzato in quel periodo è stata davvero straordinaria.
Quella volta che il figlio di M. mi ha detto: “Mamma mi ha dato uno schiaffo”, e ho sentito tutto il peso della mia impotenza. Sì, perché quando le veniva detto di non alzare le mani sui bambini, lei rispondeva: “Per me sono botte educative, non mi interessa se lo dite al giudice, io faccio bene così”. E tu rimani spiazzata, e non sai cosa fare di fronte a una persona cui non interessa minimamente il tuo parere professionale, non teme un servizio sociale o un giudice di un tribunale né vede altro se non il proprio punto di vista. Allora pensi che, magari, prendendola con le buone, puoi riuscire a trasmetterle qualcosa e, quindi, la lasci sfogare fino alle due di notte, cercando di darle consigli, pensando: “Dai forse sono riuscita oggi a farle arrivare qualcosa”. E poi, il giorno dopo scopri che ha dato di matto di nuovo perché le è stato detto di non fumare in camera.
Quella volta che ci è stata riferita la data di dimissione di M. e dei bambini e abbiamo ricominciato a respirare. L’ultimo turno che ho fatto con lei presente in struttura era il giorno prima della sua uscita. A cena, quando l’ho salutata, mi ha abbracciato fortissimo e piangendo mi ha detto: “Grazie per quella sera che mi hai fermata”, riferendosi a quando le avevo impedito di picchiare la ragazza che le aveva rubato i soldi. Io e la collega abbiamo staccato contente: il turno infinito di 12 ore era passato senza liti, scoppi d’ira né minacce e avevamo anche miracolosamente ricevuto un “grazie”. Poche ore dopo però, dopo settimane di litigi, insulti e provocazioni, M. si è picchiata con un’altra donna per cui è stato necessario chiamare nuovamente le forze dell’ordine.
Quella volta che abbiamo dovuto affrontare il caso più difficile, frustrante e destabilizzante della storia de L’Aurora, e abbiamo dimostrato di essere una squadra fortissima, anche se ancora oggi ci portiamo dietro gli strascichi di tutta quella sofferenza.
Quella volta che una persona, una frustrazione e una paura hanno rischiato di distruggere la passione che ho per il mio lavoro, ma non ci sono riuscite.