
Fare turni in solitaria è davvero così spaventoso?
Spoiler: sì, assai. Quando si è sole in turno, spesso capita di dover affrontare situazioni delicate e complesse, prendendo decisioni veloci e assumendosi responsabilità in autonomia, consapevoli anche delle possibili conseguenze su ospiti e colleghi.
E qual è la cosa positiva nel lavorare invece da sole?
Se giri la medaglia della paura, osservi qualcosa che, se hai sempre fatto parte di équipe in cui fisicamente si lavora insieme, riconosci anche se non è visibile: la consapevolezza che se in due si lavora bene, anche da sole possiamo farcela e che l’unione fa la forza, sempre.
Quando si lavora insieme, si agisce insieme, si ragiona insieme, si ride e si piange insieme e, talvolta, si sbaglia anche insieme, ma si osserva anche l’operato della collega che arriva spesso dove non arriviamo noi e viceversa: perché? Perché abbiamo tutti i nostri limiti.
Arriva il momento in cui ci rendiamo conto che quella collega ci fa da specchio e che, grazie a questo, noi apprendiamo, modifichiamo i nostri atteggiamenti, ci mettiamo in discussione, ci scontriamo e ci riappacifichiamo, ci ringraziamo, chiediamo aiuto e ci confrontiamo.
Quando si lavora da sole, dopo tanti anni di équipe, si scopre che da sole non si è mai perché dentro di noi c’è un pezzettino di tutti gli altri colleghi che fino a quel momento hanno lavorato insieme a noi e, allora, reinventiamo, reiteriamo, costruiamo su basi solide e simbolicamente ci sentiamo sostenute da spalle grandi che, anche se non presenti fisicamente, sentiamo ancora accanto.
Portiamo con noi il “bagaglio dell’andare insieme”, e quindi ci suonano funzionali modalità d’intervento e strategie che magari abbiamo osservato quando s’interveniva in due, e le riproponiamo perché sappiamo che “essere in due”, sotto sotto e nel frattempo, gettava le basi del concetto “in due è meglio…ma posso farcela anche da sola”. Ed eccola, l’altra faccia della medaglia della paura.

Quando cala la sera
Quando le ospiti si ritirano nelle loro stanze, l'ufficio diventa spesso l'unico luogo in cui concedersi un momento per sé. È uno spazio piccolo, apparentemente silenzioso, dove raccogliere i pensieri e tirare il fiato dopo una giornata intensa. Eppure, dietro quella porta, la tranquillità può durare solo un istante.
Basta un bussare improvviso, una porta che si apre o una richiesta inattesa. In quel momento bisogna essere pronte, presenti, capaci di accogliere, contenere e intervenire. E spesso anche se si è sole, continua questa particolare forma di lavoro d'équipe: viene vissuto individualmente un lavoro che, però, si è costruito insieme.
Quando decidiamo di intervenire, si susseguono nella nostra testa parole, decisioni prese in riunione, rimandi a cui abbiamo assistito e che abbiamo a nostra volta interiorizzato; lavoriamo nel qui ed ora, ma con la mente che, dinamica, si muove tra gli interventi già applicati, gli errori fatti, la situazione contingente e i risvolti futuri che le nostre parole potrebbero avere e, in tutto questo movimento, siamo chiamate anche a
tenere in considerazione gli effetti che il nostro agire potrà avere sulla collega che ci seguirà.
È in questa apparente contraddizione che risiede una delle sfide più profonde del nostro lavoro: essere sole, ma sentirsi sempre parte della squadra, sapere di poter chiedere un confronto quando necessario e di trovare dall'altra parte qualcuno disposto ad ascoltare e supportare. Ciò rende la solitudine meno pesante. Non la elimina, ma la trasforma in una responsabilità condivisa, anche a distanza.
I passaggi di consegne: molto più di una restituzione di informazioni
Quando il turno sta per concludersi e l'operatrice attende l'arrivo della collega, capita spesso di guardare l'orologio con una sottile sensazione di sollievo. Non perché il lavoro stia finendo, ma perché sta per arrivare un momento di incontro. Dopo ore trascorse a essere il punto di riferimento per le ospiti, si può finalmente tornare a essere collega.
Si tratta di un momento di affidamento reciproco, in cui si fa in modo che il lavoro continui in equilibrio e nella stessa direzione condivisa dall'équipe e si costruisce insieme il significato di eventi e reazioni, dando un nome a ciò che vediamo. È anche un momento in cui ci si sente ascoltate, viste, riconosciute e sostenute. Forse è per questo che, spesso, ci si trattiene qualche minuto in più. Non per necessità, ma per il bisogno di vicinanza e di confronto. Perché in quel breve incontro si ritrova il senso dell'essere parte di qualcosa di più grande di un singolo turno. E c'è qualcosa di profondamente rassicurante nel lasciare la struttura sapendo che qualcuno raccoglierà il testimone.
La forza delle decisioni dell’équipe rappresenta le fondamenta del turno. Tuttavia, la flessibilità e l’adattamento continuo che questo lavoro richiede possono lasciarti spiazzata:
è in quel momento che sentiamo la necessità di vedere accanto a noi la collega e avere la certezza che non siamo sole ad affrontare le difficoltà ed i dubbi di questa nostra straordinaria quotidianità.