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  • Sandro Benedetto, Operatore di comunità - Educatore

Il mio bagaglio di esperienze: cosa mi porto? A chi vorrei trasmettere qualcosa?

È piacevole di tanto in tanto riordinare le proprie idee, emozioni e ricordi, dare loro una forma diversa, fuori dalla dimensione interiore. Queste esperienze condivise (nero su bianco) da semplici episodi di vita, a mio parere, si possono trasformare in conoscenza e competenza, a prescindere dalla propria mansione o specializzazione.


Presentazioni e riflessioni su una scienza non esatta

Mi chiamo Sandro Benedetto, sono un educatore professionale e lavoro per la cooperativa “Girotondo”, da circa dieci anni. La casa famiglia è il servizio in cui ho lavorato per più tempo e a questo si riferiscono le mie riflessioni.

Regina di tutte le premesse, parlando di questo lavoro e del bagaglio che accumuliamo, è che in verità non si avrà mai abbastanza esperienza in questa professione, ma al massimo una sufficiente esperienza. L’oggetto del nostro mestiere è l’essere umano: animale piuttosto bizzarro che si affaccia sul nostro uscio con molti retaggi e tantissime complessità; gran parte delle competenze necessarie all’operatore quindi, non sono riconducibili ad una scienza esatta! Può sembrare un’affermazione scandalosa, ma in fondo anche la nostra medicina più moderna non è una scienza esatta, eppure questa sua natura dinamica le permette di evolvere e migliorare anno dopo anno; un motore che si alimenta di chi pratica il mestiere da più tempo e con spirito di abnegazione trasmette il suo bagaglio di conoscenza a chi è più acerbo; ma a sua volta colui che chiamiamo “acerbo, novellino o ultimo arrivato” dona ai più esperti strumenti nuovi, spesso più adatti al momento storico in cui si opera. Questo accade nella pratica dei mestieri più complessi ed è quello che mi auguro continuerà a verificarsi in tutte le nostre équipe, presenti e future.

 

Mettersi in gioco

Nella mia testa (per alcuni anni), mi sono considerato come l’ultimo arrivato sul posto di lavoro, davo quindi solo importanza alle competenze che non avevo rispetto a quelle che ritenevo già acquisite, senza però mettermi mai veramente in gioco. Per quanto confortevole e politicamente corretta, questa posizione ad un certo punto ha fatto i conti con uno dei pilastri su cui si basa la nostra pratica: il fatto evidente - ma non scontato - che non lavoriamo da soli! Può sembrare banale il concetto “non lavoriamo da soli”, ma va declinato in tutte le sue sfaccettature e a mio parere è importantissimo.

Oggi mi rendo conto che gran parte della professionalità, acquisita negli anni, l’ho letteralmente “rubata” ai miei colleghi; non solo a quelli con più anni di esperienza, ma anche ai colleghi appena assunti o a coloro appena trasferiti in casa famiglia, provenienti da altri servizi. È accaduto grazie alla loro capacità di mettersi a disposizione, con spirito collaborativo, e alla mia abilità di carpire e replicare le loro competenze.


Ultimo arrivato o parte del gruppo?

Non basta quindi sapere che sul posto di lavoro siamo insieme a dei colleghi, con i quali è auspicabile una fittissima comunicazione.

Non basta partecipare alle riunioni e alle supervisioni, nelle quali ci scambiamo opinioni e punti di vista.

A mio parere, quando varchiamo la soglia della struttura non dobbiamo più pensarci come singoli. Tutte le nostre preziosissime e stellari risorse personali fanno ora parte dell’équipe; al pari di tutti i nostri difetti, limiti, dimenticanze, momenti di debolezza, stanchezza, distrazione, rabbia, delusione, frustrazione ecc… Tutto è condiviso. Le nostre idee più brillanti e le nostre abilità più efficaci, potranno essere utilizzate anche quando non saremo in turno. Al pari, le nostre mancanze più gravi e le nostre peggiori debolezze potranno essere colmate da tutti i componenti dell’équipe.

 

Ingranaggi e capacità

Attenzione però, questa riflessione non vuol essere in stile “figli dei fiori”, si parla sempre di lavoro e l’intento ultimo deve essere funzionale al nostro scopo: cioè risultare come un’unica entità ricca di colori e sfumature, difronte alla persona di cui ci prendiamo cura: l’ospite.

Quindi quello che mi porto oggi è la consapevolezza dell’importanza di saper lavorare all’interno di un gruppo; la definirei un’abilità necessaria e l’ingranaggio di cui è composta è la capacità di mettersi a disposizione, insieme alla capacità di recepire.

Per questo motivo a mio avviso non c’è una categoria ben distinta alla quale trasmettere questo bagaglio, ma piuttosto vorrei dire a tutti i colleghi che si sentono o si sentiranno isolati….


                                                “Nessun uomo è un’isola”

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