
Quando abbiamo scelto di chiamare questo progetto “Se mi Fido mi Affido”, non è stato solo un gioco di parole. Dentro questo nome c’è tutto: la fiducia, il coraggio e l’incontro tra storie diverse che, per un tratto di strada, decidono di camminare insieme.
Ma cos’è davvero l’affidamento familiare?
In parole semplici, è un intervento di sostegno temporaneo rivolto a bambini e ragazzi che, per vari motivi, non possono vivere serenamente all’interno della propria famiglia d’origine. In questi momenti delicati, un’altra famiglia — o anche una persona singola, senza preclusioni di orientamento sessuale — apre la propria casa e il proprio tempo, offrendo accoglienza, stabilità e cura. Non si tratta di “sostituire” qualcuno, ma di affiancare, di costruire un ponte, mantenendo sempre al centro il legame con la famiglia di origine.
Inoltre, c’è un altro aspetto da considerare: io dico sempre che l’affidamento prima ancora di essere un istituto, è un gesto antico. È qualcosa che appartiene da sempre al nostro modo di vivere: è nei ricordi di un’Italia in cui le porte restavano socchiuse e le chiavi si lasciavano fuori. È nei vicini di casa che diventavano un punto di riferimento, negli adulti che si prendevano cura dei figli degli altri senza bisogno di definirlo e nei legami spontanei che facevano sentire ogni bambino un po’ figlio di tutti.
Oggi lo chiamiamo “affidamento familiare”. Lo regoliamo, lo strutturiamo, lo raccontiamo con parole tecniche. Ma, in fondo, stiamo parlando della stessa cosa: una comunità che si assume la responsabilità di non lasciare indietro nessuno.

Le emozioni dell’affido
Ora non posso che uscire dalle parole “tecniche” e parlare un po' delle emozioni che rimangono nel lavorare su un tema così particolare.
C’è quel momento in cui incontri una famiglia disponibile all’affidamento e capisci che non è solo una scelta, ma un atto di apertura autentica. Ci sono gli sguardi un po’ incerti all’inizio, le domande, le paure dette a mezza voce. E poi, piano piano, qualcosa cambia. Si crea uno spazio. Si allarga il confine di ciò che si è disposti a dare.
E poi c’è un’altra scena, che si ripete ogni volta e che, sorprendentemente, non smette mai di stupirmi. Quando fissiamo le nuove date per la formazione degli aspiranti affidatari e arriva il momento di far girare la notizia, mi ritrovo sempre con la stessa domanda, silenziosa: “Risponderà qualcuno?”. È un pensiero rapido, quasi timido, che arriva puntuale ogni volta.
Poi iniziano ad arrivare i primi messaggi, le prime telefonate. E pian piano si compone un piccolo mosaico di volti, storie, curiosità. Persone che chiedono informazioni, che vogliono capire, che sentono che forse lì dentro c’è qualcosa che le riguarda.
E ogni volta è come assistere a qualcosa di inaspettato: una disponibilità che prende forma, un desiderio di mettersi in gioco che si fa concreto. Quella sensazione è difficile da spiegare, ma assomiglia molto allo stupore. Uno stupore bello che sa di incredulità e gratitudine insieme.
Storie che si intrecciano
Perché, nonostante tutto, ci sono ancora tante persone pronte ad aprire uno spazio nella propria vita per qualcun altro. E in mezzo a tutto questo, ci sono i bambini e i ragazzi. Con le loro storie, le loro fragilità, ma anche con una straordinaria capacità di adattarsi, di fidarsi di nuovo, di trovare nuovi punti di riferimento. A volte basta poco: uno spazio sicuro, uno sguardo che accoglie, qualcuno che resta.
“Se mi Fido mi Affido” prova a stare proprio lì, in questo spazio fragile e prezioso. Tra chi ha bisogno di essere accolto e chi sceglie di accogliere. Tra il timore e la possibilità. Tra il “Non so se ce la faccio” e il “Proviamoci insieme”.
Perché, in fondo, l’affidamento familiare non è solo un progetto o uno strumento: è un incontro. E ogni incontro, quando è autentico, ha il potere di cambiare qualcosa. Anche solo un po’. Anche solo per un po’. Ma abbastanza da fare la differenza.